Albert Camus e il “Mito di Sisifo”

Buongiorno pubblico di LePassepartout! Sono Francesca, una studentessa di Lingue e Letterature Moderne. “Un’intrusa!” direte voi; ebbene sì! Sono stata invitata da Fabio e Mattia a dare il mio (modesto) contributo al blog. Essendo una profana rispetto ai sopracitati nel mondo dell’arte e della legge (e lascio dunque a loro la prerogativa di poterne parlare) ho deciso di concentrarmi su un’altra disciplina, la letteratura francese del ‘900, in particolar modo su Albert Camus e Il Mito di Sisifo.
FRANCE. Paris. French writer Albert CAMUS. 1947.
Albert Camus
Nato ad Oran, in Algeria, nel 1913, Camus non conoscerà mai suo padre, morto all’inizio della Guerra nel ’14, e crescerà con la sola compagnia della madre, donna sordomuta ed analfabeta. La difficile situazione economica e sociale nella quale si vede costretto a maturare, lo segnerà in maniera irreversibile, influenzando sia il pensiero filosofico che la produzione letteraria. Alla fine del 1935 aderisce al Partito Comunista, che sarà costretto a lasciare appena due anni dopo per divergenze riguardanti il colonialismo. Si trasferisce in seguito a Parigi, dove entra a far parte della Resistenza collaborando col giornale clandestino “Combat“, al quale contribuirà anche l’amico Jean-Paul Sartre. Nel frattempo la sua carriera letteraria inizia ad avere sempre più successo (tanto da fargli ottenere nel 1957 il Premio Nobel per la letteratura). L’inizio degli anni ’50, però, sarà segnato dalla rottura drastica dell’amicizia con Sartre, a causa di divergenze etico-politiche. Già malato da anni di tubercolosi, Camus morirà il 4 gennaio 1960 in un incidente stradale.
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Jean-Paul Sartre e Albert Camus
Considerato come uno dei padri della teoria dell’Assurdo, Camus venne spesso accusato di elargire con eccessiva eloquenza una filosofia troppo retorica e poetica e poco esaustiva, tanto da essere definito da Sartre “un filosofo da ultimo anno di liceo“. La figura di Camus come filosofo viene rivalutata negli anni ’80, facendo cadere “questo disprezzo da solo nel momento in cui constatiamo che oggi Sartre ha due o tre commentatori, e Camus invece una folla di lettori, ben oltre i liceali delle classi di filosofia“, citando un Michel Onfray che nella sua opera L’Ordine Libertario dipinge un chiaro quadro sul ruolo di Camus. Nel 1942 viene pubblicato Il Mito di Sisifo, saggio filosofico considerato come “chiave di lettura” dei romanzi “assurdi” di Camus, “L’Étranger” per citarne uno. I due grandi pilastri che sostengono il discorso filosofico dell’opera, nonché le due più grandi problematiche trattate nelle produzioni di Camus, sono l’Assurdo e il Suicidio. L’Assurdo di Camus può essere considerato come una forza invisibile e indissolubile che fonde in maniera eterogenea due elementi in eterno contrasto tra loro: l’Uomo, nella costante ricerca di chiarezza, e il Mondo, regnato dal caos perenne. L’Assurdo nasce dunque dalla collisione di queste due realtà in lotta, e ne vincola la convivenza. Questo eterno duello viene denominato da Camus “divorzio“, inteso come lotta tra due termini di paragone. Secondo Camus la vita, inerme vittima di questa lotta, è un susseguirsi di abitudini monotone e meccaniche, mortali ed assurde. L’uomo che percepisce questo senso dell’Assurdo (che si sveglia da questo torpore d’Inconsapevolezza e acquisisce coscienza) è anche l’uomo che può trovare un modo per superarlo. Egli è infatti consapevole della natura dell’Assurdo: essendo sia Uomo che Mondo due entità mortali, anche l’Assurdo, che non esiste al di fuori di esse, sarà mortale. Raggiunta questa consapevolezza, l’Uomo è in piena Rivolta (ben diversa dalla Rivoluzione sartriana, che inneggia alla lotta armata e all’engagement politico), posizione di rifiuto nei confronti dell’Assurdo. Qui sopraggiunge la problematica principale dell’opera: come considerare il suicidio, soluzione all’Assurdo, o affermazione dello stesso?  Citando lo stesso Camus “Si può credere che il suicidio sia la rivolta, ma a torto, poiché esso non rappresenta il logico sbocco di questa, ma è, anzi, il suo contrario, a causa del consenso che presuppone.” Il suicidio non è dunque rivolta, bensì negazione della coscienza di cui si è preso atto e sottomissione all’Assurdo. È pur vero che con il suicidio si risolve l’Assurdo privandolo della vita, “ma io so che per mantenersi, l’Assurdo non può risolversi. Esso sfugge al suicidio nella misura in cui è al tempo stesso coscienza e rifiuto della morte.” Siamo infine giunti alla soluzione promossa da Camus di questa esistenza assurda: accettare la vita, accettare l’Assurdo e combatterlo con consapevolezza ogni giorno, vivendo a pieno ogni secondo come se fosse l’ultimo, essere in perenne rivolta. Simbolo di questa presa di coscienza è il condannato a morte, che prende forma nelle sembianze di Meursaultprotagonista de L’Étranger. Con questo epiteto Camus si riferisce non solo al personaggio del suo romanzo più celebre, ma, in senso lato, ad ognuno di noi, poiché siamo tutti dei condannati a morte. Quest’affermazione, tutt’altro che negativa (come si potrebbe pensare), ci invita ad apprezzare fino in fondo la vita, in tutta la sua meschinità, in tutta la sua bellezza, in tutta la sua assurdità, proprio come Sisifo che, condannato a trasportare in eterno un masso fino alla cima della montagna, adora la libertà che respira durante la discesa. 
“Se l’uomo riconoscesse che anche l’universo può amare e soffrire, si riconcilierebbe con questo.”
Non avendo avuto modo di analizzare l’intera opera de Il Mito di Sisifo per non risultare troppo prolissa, vi invito alla lettura di questo piccolo, ma sublime, saggio.
-Francesca.
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2 risposte a "Albert Camus e il “Mito di Sisifo”"

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