La pianta grassa

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Via Tuscolana, altezza via Roccella Jonica, direzione Frascati

Fuori dalla finestra del rettorato il cielo è di un grigio-rosa, come tutti i maggi degli ultimi anni alle 11 di mattina. Il parquet è rovinato ma fa chic, i mobili non c’entrano niente col colore del parquet, dietro di me ci sono cinque volumi sulla storia dell’Università di Pisa (perché). Accanto a me il professore molto grasso tossisce.

“Ha l’influenza, professore?”

“Sì, l’ho presa in Albania. Alla Cattolica in Albania non accendono i riscaldamenti”

Penso alla Asl di via Cartagine. Vado a fare una lastra, è presto, sono la prima. Entro da sola dalla porta ermetica che il tecnico mi apre dal gabbiotto.
Il linoleum per terra è azzurrino, lo zoccoletto è di legno rovinato, i muri sono gialli – non perché rovinati, per scelta di stile.
Vado giù giù in fondo fino alla sala di radiologia, quella con il cartello giallo di pericolo radioattivo.
Oltre alle stanze di ospedale, ne ho viste altre due con quel cartello appeso, nel piano interrato del palazzo di giurisprudenza. In entrambi i casi le porte sono di legno e con la serratura a chiavistello.
Il tecnico mi posiziona la testa per far sì che la lastra venga bene.

“Le bastano diecimila euro per partire?”
Il professore non mi sta comunque guardando.
Vorrei rispondere qualcosa di sensato. Da dove vengono? Come me li date? Cosa devo firmare?
“E poi, come funziona?”
Ho risposto con una domanda a un’offerta del genere. Ma che mi frega di come funziona. Ma certo che mi bastano.
Il professore mi dà una pacca sulla spalla. Io ho comunque paura.

“Tira giù ‘sta spalla, però alza il mento” è impossibile, vorrei dirgli. Fammi sta foto così come sono, è inutile che cerchi di mettermi giù le spalle perché ho i nervi troppo tirati. Ma poi devo vedere se ho la sinusite, che c’entra la spalla.
Però mi sforzo.
Non ho ancora firmato niente. Chissà se i raggi x vedono anche la vaghezza dei miei pensieri.

Esco dalla sala conferenze. Su al rettorato, come nelle stanze delle lastre, le piante grasse crescono bene.
Il professore mi ha guardata bene solo alla fine, e molto intensamente.
Forse è dalla stanza radioattiva del seminterrato, che escono questi individui che ti guardano poco spesso ma sanno comunque capirti.
Forse lui mi ha visto la testa meglio di un rx.

Alla fermata di Roccella Jonica fa freddo, pure se è 17 maggio, piove. Aspetto l’auto da mezz’ora, non si capisce bene se è mattina o pomeriggio, ma aspetto. Prima o poi arriverà il sole o la notte.

 

 

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