Fammi fare ciò che devo

Un anno strano, penso che il duemilasedici sia questo. Noi lo abbiamo vissuto tutti in modo diverso dagli anni precedenti.

 

È un bilancio di metà anno, ed è soggettivo, perché per me metà anno è un periodo strano. Tanto più quest’anno che non ho soldi per andare a un bel concerto. O forse perché un concerto che mi piace non c’è qui quest’anno. O forse perché mi sono appassionata ad alcuni artisti solo dopo aver sentito i loro live in quelle poche radio che ancora passano i live di chi inizia a scrivere musica e parole adesso. Adesso.

In questo momento di vuoto riempito di illusioni tecnologiche e di esplosioni di proiettili che fanno notizia solo adesso. In questo momento di psicosi. In questo momento di emergenze. In questo momento qualcuno scrive e canta e suona canzoni e cerca la bellezza.

Vado a ballare tre volte l’anno perché non mi piacciono le persone che stanno nelle discoteche, non mi piace come mi si avvicinano, non mi piace guardarle avvicinarsi. Non mi piacciono le canzoni dell’estate, sono per i ragazzi ricchi. Io ci vado perché a metà anno ho bisogno di stordirmi, e se non ci riesco torno a casa insoddisfatta e il giorno dopo sono annoiata e sento come se mi mancasse qualcosa.

Io poi neanche so ballare. Ho solo bisogno di qualcosa che sovrasti di volume le innumerevoli parole che escono dalla bocca di tutte le persone che mi stanno intorno, e ho bisogno che succeda in un buio relativo perché so leggere bene il labiale e i miei occhi lo fanno pure contro la mia volontà. E ho bisogno che il volume sia alto e che ci siano tante casse perché ho un buon udito ed involontariamente sento anche quello che non voglio sentire.

Non c’è un motivo preciso dietro questo bisogno. Questo lo rende un bisogno ancor più incontrollabile degli altri. Bevo tanto, faccio pipì; ho caldo, mi svesto; ho fame, mangio. Ma non so perché ho bisogno di non udire più voci umane, solo suono, poche parole, poco naturali, un terremoto controllato di bassi che muovono le tavole di compensato nero che mi separano dalla terraferma.

– E ti prego, chiunque tu sia, fa’ che in questo preciso momento non ci ammazzino tutti in un attentato, ti prego. In questo anno duemilasedici, aspetta un attimo, fammi fare ciò che devo. Fammi ascoltare ancora un po’.

 

 

Quella frase scritta su una colonnina di SOS al terminal dei Cotral, la vedo sempre, e quando la leggo me la rileggo in testa, me la ripeto. “Fino a qui tutto bene”. È “L’odio”, vero? Ma io la leggo per il significato letterale che ha, al di là di come la vedono tutti.

Per me significa quello che significa: sono venuta da lontano, sono arrivata qui e da qui devo arrivare a casa mia, e per ora ci sono ancora, e nelle cuffie ho Battiato ma i bassi sono potenti come in discoteca.

Per poter tornare a casa sana e salva, per dire che va tutto bene, per favore non togliermi mai le cuffie.

 

Sara (via Automobili sul GRA)

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Una risposta a "Fammi fare ciò che devo"

  1. E’ un anno che non dimentichero’ molto facilmente il 2016: dalla morte di David Bowie a Brexit che ha scombussolato il mondo in cui ho vissuto per quasi vent’anni, passando per il dramma dei profughi, l’IS e il terrorismo che non si sa mai quando e chi colpira’ e la psicosi che ci ha attanagliati tutti. No, questo e’ un anno che davvero non dimentichero’ tanto facilmente.

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