Ugo Attardi, una (breve) retrospettiva

L’assenza questa volta è stata abbastanza lunga, lo so. Impegni di varia natura e un acutizzarsi di vecchia pigrizia endemica ci hanno tenuti lontano dal blog e dalla scrittura, ma ora si torna. Torno alla scrittura introducendo la figura di un’artista molto importante nel panorama del secondo Novecento italiano, Ugo Attardi,  prendendo a pretesto un omaggio reso all’artista stesso dalla Galleria Edarcom Europa di Roma (sede espositiva in Via Macedonia 12) in occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa. Spero che con queste brevi righe di riuscir a dare risalto ad una figura poliedrica, a tratti visionaria, incitando al contempo voi lettori ad approfondirla. Latitando sul web le immagini inerenti le opere citate, lascio in allegato il sito dell’artista (QUI) in cui poterle liberamente osservare. Mi scuso anticipatamente per non aver adempiuto alla pretesa di esaustività: prendete queste righe come un’introduzione a questa importante personalità.

Nato il 12 marzo 1923 a Sori, piccolo comune nei pressi di Genova, Attardi muove ancora giovanissimo con la sua famiglia verso la Sicilia, entrando a contatto con l’arte grazie alle esperienze nel Liceo Artistico presso cui si iscrive a Palermo e la Facoltà di Architettura, che inizia a frequentare sullo sfondo del secondo conflitto mondiale. Terminata la guerra, nel 1945 l’artista, poco più che ventenne, viene chiamato a Roma da Pietro Consagra, evento che segnerà l’avvio dell’attività di pittore del giovane genoano. Tra i firmatari del manifesto del gruppo “Forma 1” del 1947-48 insieme a personalità come Carla Accardi, Achille Perilli e Giulio Turcato, l’attività artistica di Ugo Attardi comincia sotto il segno della rottura: rinnegando, citandone il Manifesto, “Ogni esperienza tendente a inserire nella libera creazione d’arte fatti umani”, il gruppo traccia un solco che pone al di là di esso le esperienze artistiche italiane succedutesi sino a quel momento, ricercando nella “forma pura” e nel mezzo dell’astrattismo la genesi della loro espressione. I risultati di queste ricerche che dialogano e riallacciano i contatti con le esperienze dell’avanguardia russa, di Kandinskij e Mondrian acquisiranno sostanza nella partecipazione di Ugo Attardi alla V Quadriennale di Roma, datata 1948. Con l’avvento degli anni ’50, l’interruzione dell’attività del gruppo “Forma 1” porta Attardi ad un decisivo cambio di rotta per quanto concerne la produzione artistica: abbandonato il fascino delle forme pure, il pittore muove verso una figurazione d’impronta più marcatamente realistica, i cui richiami alle esperienze della Scuola Romana e al coevo espressionismo di Francis Bacon sono ben ravvisabili nella ricerca di un cromatismo intenso e nell’indagine, che a partire dagli anni ’60 troverà una ben più marcata costruzione, dei “moti dell’anima” e di quei sussulti impercettibili del selvaggio che alberga nell’uomo, parafrasando il testo di Alessandro Masi per il catalogo dell’artista. Il ritorno ad un impianto di più ampia matrice figurativa trova confronti nel contemporaneo interesse che il pittore mostra verso i fatti del suo tempo, iniziando proprio in questi anni una prolifica collaborazione con il giornale politico e culturale “Città Aperta”. La commistione fra impegno civile e arte figurativa rappresenta un trait d’union fecondo a tracciare una linea, seppur sommaria, dell’attività del decennio successivo, tappa fondamentale nella maturazione dell’artista genoano che arriva a trascendere lo spazio bidimensionale della pittura e delle opere grafiche dedicandosi anche alla scultura, in legno quanto in bronzo e pietra, materie da cui prenderanno vita alcuni tra i suoi maggiori capolavori. Il gruppo ligneo de “Los Conquistadores llegan con el viento” (1969-71) ben esemplifica nelle figure monumentali, agitate nell’intimo da impercettibili deformazioni, il punto delle ricerche di Attardi: una sorta di grande sfilata, una macchina scenica barocca che nel solido Cristo nudo e nei volti iconici degli idoli antichi fonde sacro e profano in un meccanismo drammatico, generando un’immagine, citando le parole di Enzo Bilardello, “misto di ieraticità e di perversione demoniaca”. In questo gruppo, nella celebrazione grottesca della bestialità del Conquistatore, Attardi stringe la sua espressione artistica attorno ad una dialettica che coinvolge esperienze e tempi diversi, chiamando in causa le grandi opere del medioevo occidentale, di cui riprende l’accento marcatamente frontale e i ritmi ascendenti, ai prodotti dell’arte azteca e maya trascendendo la mera citazione, anzi fondendole in un bagaglio di immagini che possiamo davvero definire radicalmente “nuove”. In questa sorta di grande palcoscenico, le forme sono destinate a dimenarsi, a “vagare nello spazio metafisico e vuoto della vita”, condannate all’incomunicabilità. Le medesime tensioni si riversano nelle opere pittoriche e grafiche dell’artista, che con il tramonto degli anni ’70 acquista un ruolo sempre più importante all’interno e fuori dai confini nazionali, come conferma nel 1978 la terza partecipazione alla Biennale di Venezia e l’esposizione delle sue opere, sempre nello stesso anno, nella Galleria Olivetti di Parigi, cui farà seguito nel 1983 una manifestazione a lui dedicata nel prestigioso Centro Georges Pompidou. Osservando i nudi che animano molte delle sue tele è difficile non ritrovare le stesse intime tensioni cui fa da contraltare l’apparente stato di contemplazione metafisica in cui riversano le figure: nell’immobilità e nella quiete di un “limbo esistenziale”, i corpi svelano la loro intima violenza e si mostrano rigonfi, mossi e alterati, con i muscoli esaltati e una carica erotica che mal si lega a passioni romantiche; l’uomo attardiano è le sue deformazioni, la sua corruzione corporea è corruzione morale. Le opere seguono un nuovo concetto di “Bello”, un’idea che risiede nel non trattenuto, nell’ineffabile che, citando Alessandro Masi, “nella corporeità e nella bestialità” trova essenziali “ausiliari ermeneutici”. Nel groviglio di membra di molte sue opere grafiche ritroviamo i corpi mutili e l’intensità espressiva di Goya, nei suoi corpi troviamo mutuate le forme di Toulouse-Lautrec, Gauguin arricchite di un linguaggio personale e originalissimo derivato dalle esperienze delle “allucinazioni espressioniste” di Mafai e Scipione dominate da violenti contrasti chiaroscurali che non risparmiano nemmeno le numerose vedute romane che l’artista realizza nel corso degli anni, tutte luce e inquietudine. L’arte di Ugo Attardi è l’espressione di chi, come affermato da Carlo Levi, “sente la violenza come ragione negativa del mondo. Violenza in tutti i sensi, in tutti i piani, in tutte le accezioni”.

Ugo Attardi - Isola tiberina (1996) - olio su tela cm. 70x100
Ugo Attardi – Isola Tiberina (1996)
La Vuelta,1979, olio su tela(1)
Ugo Attardi – La Vuelta (1979)

 

-Fabio

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3 risposte a "Ugo Attardi, una (breve) retrospettiva"

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