Quentin Metsys e il “Rinascimento” fiammingo

Trovare il concetto di “Rinascimento” accostato ad una zona geografica che esclude l’Italia può sembrare, agli occhi dei più, una sorta di grande eresia: diciamocelo chiaramente, come fossimo affetti da una sorta di morboso “italocentrismo”, siamo abituati a pensare (anche a causa di una retorica abbastanza pesante da parte dei media) a quel gran pentolone del Rinascimento, la grande aurea aetas, come ad un fenomeno caratteristico del suolo italiano,  un marchio di fabbrica esclusivo. Leonardo, Botticelli, Michelangelo, Raffaello, il mito italiano, la patria delle arti e della scienza. Tutto vero. Ma altrove? Questo breve articolo cercherà di far luce su un artista probabilmente poco conosciuto ma che ben testimonia la situazione artistica in un altro grande e importante centro europeo, vale a dire le Fiandre, attraverso la figura di Quentin Metsys.

Due tradizioni diverse, quella fiorentina e quella fiamminga, che arrivano a rinnovare il modo di pensare alla creazione artistica percorrendo però strade diverse, pur non senza delle importanti commistioni: mentre la pittura fiorentina enucleerà gli ideali propri dell’Umanesimo fondando i canoni estetici che andranno sviluppandosi in varie declinazioni in tutta l’Italia rinascimentale, riscoprendo l’uomo nella sua centralità e il ruolo dell’arte nell’appropriazione della realtà sensibile attraverso la matematica e la geometria, la pittura fiamminga (riconoscendo in essa come capostipite Jan Van Eyck, attivo nella prima metà del Quattrocento) mantiene un legame più stretto con la tradizione medievale e porterà avanti, estremizzandolo, il discorso di realismo illustrativo dominante nel tardo Medioevo. Non mancherà certamente il dialogo fra queste due “visioni”, una dialettica resa possibile dall’importanza soprattutto economica dei centri fiamminghi e toscani che, molto spesso, garantisce una circolazione continua di uomini, culture e idee. Molti banchieri toscani muovevano verso i mercati del Nord già dal secolo passato ma, proprio con l’avvento del ‘400, questa presenza si fa sempre più importante e l’esempio dei “coniugi Arnolfini“, mercanti lucchesi residenti a Bruges, ritratti in una delle opere più impressionanti del secolo da Van Eyck nel 1434 ne è buona testimonianza.

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Jan Van Eyck – I Coniugi Arnolfini

 

Van Eyck va non a torto riconosciuto come il motore di questo rinnovamento artistico e, secondo la tradizione, la sua figura è da porre in relazione con un’altra grande rivoluzione, questa volta tecnica: secondo il Vasari, fu il primo ad adottare la pittura ad olio, tecnica che proprio dal XV secolo dominò il panorama artistico sino all’invenzione degli acrilici nell’Ottocento. Per quanto la portata rivoluzionaria dell’aneddoto di Vasari oggi sia stata drasticamente ridimensionata, poiché la tecnica ad olio era ben nota già agli antichi, una cosa certa è che proprio grazie ai fiamminghi, e Van Eyck, la pittura ad olio riacquistò vigore e fu perfezionata sino ad acquisire il rango di tecnica egemone in tutta Europa, grazie soprattutto alla diffusione in Italia operata da Antonello da Messina, a contatto con la realtà del nord. Dunque, alla luce di quanto scritto, si cominciano a delineare i tratti di una realtà ben capace anche di influenzare e rinnovare il modo di dipingere in Italia, ma gli scambi non si esauriscono certo con questo dato. Van Eyck rimane la figura più importante del panorama fiammingo sino alla sua morte, avvenuta nel 1441, ma la spinta rinnovatrice della sua arte non si esaurisce certo alla sua dipartita: l’eredità viene colta e portata avanti da un folto gruppo di artisti (Christus, Van der Weiden, Van der Goes, Memling e via discorrendo) e proprio di un’artista a lui successivo oggi tratteremo per sviscerarne l’attività: Quentin Metsys. Noteremo sin da subito l’importanza dell’artista che opera tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500 e lo metteremo in relazione con la temperie italiana sino a scoprirne le relazioni.

Nato a Lovanio, cittadina poco distante da Bruxelles, nel 1466, Metsys dovette muovere molto presto verso Anversa, polo commerciale di grande importanza, risultando iscritto nella Gilda di S. Luca della città nel 1493, in cui visse praticamente tutta la vita. Uomo di grandi doti artistiche e compagno dei maggiori intellettuali dell’epoca (basterà citare Tommaso Moro ed Erasmo da Rotterdam, di cui realizzò un celebre ritratto nel 1515), accumulò grande fama già dai primi anni del Cinquecento, testimoniata da una commissione giuntagli addirittura da Lisbona. Senza soffermarci troppo sugli aspetti più strettamente riguardanti la sua vita, si possono citare alcune fra le sue opere più degne di nota, tra cui il Trittico di S. Anna, realizzato fra 1507 e 1509, il Trittico della Deposizione, datato 1508-1511 e oggi al Museo di Bruxelles, il “Cambiavalute e sua moglie“, oggi al Louvre e datato 1514 e i celebri ritratti, tra cui quello già citato di Erasmo (destinato all’amico comune Tommaso Moro) e l’altrettanto famosa “Duchessa brutta” della National Gallery di Londra. Già dalla prima opera citata, possiamo comprendere la statura artistica del Metsys:

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Quentin Metsys – Trittico di S. Anna (1507-1509), pannello centrale

L’opera, realizzata per la confraternita di S. Anna nella Collegiata di S. Pietro di Lovanio e ora al Museo di Bruxelles, mostra nella sua parte centrale tre gruppi di figure nei quali riconosciamo al centro Maria e S. Anna con il Cristo, Maria Salomè sulla destra con i suoi due bambini e Maria di Cleofa (chiamata anche Maria Jacobi, perché ritenuta madre di S. Giacomo Minore, vescovo di Gerusalemme) sulla sinistra cui fanno da “corona” quattro figure maschili che sembrano evocare i rispettivi mariti, il tutto inquadrato da un edificio fortemente classicheggiante messo in prospettiva e da un paesaggio nordico che digrada sino agli speroni rocciosi immersi nell’atmosfera. Senza per ora soffermarsi sulle due ali del trittico, possiamo già osservare da questa scena la sapienza artistica di Metsys nei colori puri e raffinati, nel sentimento di grazia che accompagna le donne dal disegno rotondo e non angoloso che dà vita ad un modellato sottile e fluido ma che, allo stesso tempo, non intacca la viva presenza di queste figure, la loro monumentalità di figure che con la scena sacra, oltre il titolo e la destinazione, hanno poco a che spartire. Osservando con attenzione le figure non si fa infatti fatica ad associarle più a dei ritratti di personaggi che ben dovevano ricordare la borghesia fiamminga dell’epoca, con le loro vesti lussuosamente bordate di arabeschi, i capelli celati da veli trasparenti e bambini che, colti nella loro innocente naturalezza, animano la composizione. Metsys, da pittore analitico come si dimostra essere, non trascura nemmeno la descrizione dei fiori sul terreno, lasciando affiorarli fra i tessuti che parzialmente li nascondono. La grazia delle donne, i volti severi della controparte maschile, l’innocenza dei bambini il tutto sapientemente riunito sotto un’architettura dalle tinte eleganti su cui si trovano statue classiche e si aprono archi rigorosamente a tutto sesto, rimpiazzando i gotici archi a sesto acuto, che aprono verso un paesaggio illusionisticamente sconfinato, ove le tinte verdi del paesaggio sfumano leonardescamente verso le montagne lontane. Si è citato Leonardo, e il rimando non è assolutamente casuale: l’influsso dell’artista toscano è ben leggibile in una Vergine con Gesù Bambino che Metsys mutuò dal gruppo di S. Anna, la Vergine e il Bambino conservato oggi al Louvre:

 

Metsys entra a contatto con l’arte di Leonardo e lo rielabora, lo adatta alla sua sensibilità esasperando il sentimentalismo del gruppo. La riflessione di Metsys nei riguardi del genio italiano non dovette fermarsi a questo caso, ma un’altra prova di questi rapporti è ben esemplificata dalla cosiddetta “Duchessa brutta“, opera realizzata nel 1513 e oggi conservata presso la National Gallery di Londra che molto condivide con una caricatura eseguita da Leonardo nel 1494 e conservata a Washington ed una attribuita a Francesco Melzi (di cui non riesco a trovare un’immagine), allievo di Leonardo, ma che probabilmente ne ricalca un’altra del maestro:

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Leonardo – Testa grottesca di donna (1494)

 

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Quentin Metsys – La Duchessa Brutta (1513)

 

Alla base di queste opere ritroviamo lo stesso sentimento “anti-grazioso”, un’appropriazione da parte dell’artista di un registro che, diversamente dai canoni dell’estetica rinascimentale, esalta i difetti dando il via a ciò che potremmo definire una caricatura. Una differenza si frappone tra le due rappresentazioni, evidenziando la differente forma mentis degli autori: se Leonardo opera una caricatura sì crudele e fortemente satirica dell’anziana donna ponendo il contrasto fra i ricercati ornamenti e la realtà dei fatti che la pone tremendamente di fronte un decadimento senile inarrestabile, mantenendo però sempre un’aderenza al reale, Metsys, manifestando la sua natura di pittore analitico, arriva ad insistere nei più minimi particolari dei tratti da parodiare. La conclusione è ben leggibile nelle parole di Lionello Venturi, che al proposito afferma: “quanto maggiore è l’insistenza sulla realtà rappresentata tanto più falso è il risultato“. In compenso, una nota positiva è senza dubbio da ricondurre alla consistenza materica del tessuto che abbraccia la figura e il diadema che ne corona il volto. Il capolavoro dell’artista va ricercato nel dipinto del Louvre “Il Cambiavalute con la moglie

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Quentin Metsys – Il Cambiavalute con sua moglie (1514)

L’opera è un autentico capolavoro: una scena di vita quotidiana che anticipa la stagione della pittura di genere che troverà la ribalta soprattutto nel Seicento che vede protagonisti un cambiavalute e sua moglie in un ambiente interno rappresentato con una minuzia strabiliante. In una città che fa del commercio la sua vocazione, percorsa da mercanti spagnoli, italiani, portoghesi che recano con sé altrettante valute, la figura del banchiere/cambiavalute/strozzino emerge come diretta filiazione. Lui, pensieroso, agitato nelle viscere da un’instabilità indecifrabile, pesa il denaro sulla sua bilancia; lei, attirata dalla vista del denaro, abbandona la lettura di un testo sacro, comprensibile dalla presenza di una Madonna col Bambino miniata. In quest’opera c’è tutto: la descrizione anatomica delle mensole alle spalle dei coniugi e il tavolo carico degli strumenti del mestiere, una descrizione che si configura come una vera e propria natura morta in cui c’è da segnalare lo specchio convesso che riflette la luce che proviene da una finestra, escamotage per “rompere” i confini della rappresentazione mutuato da Van Eyck (visibile nei Coniugi Arnolfini a inizio pagina nello specchio fra i due) in cui si intravede una figura impegnata nella lettura. Dei protagonisti possiamo penetrare la psicologia nel momento in cui vengono colti, nel mezzo della loro azione, dal dubbio che lascia affiorare il contrasto interiore di chi deve scegliere fra il denaro, rappresentazione per antonomasia dell’effimero, e la fede. I coniugi sanno di essere in bilico, in lotta fra l’affermazione del proprio ego attraverso il denaro, e la fede, l’ansia del giudizio che, sicuramente, non li risparmierà. Con quest’opera che fonde mirabilmente la scena di genere, una natura morta, un ritratto psicologico e il virtuosismo tecnico, vi do appuntamento alla prossima.

-Fabio

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4 risposte a "Quentin Metsys e il “Rinascimento” fiammingo"

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