Ai Weiwei a Firenze: una “libera” riflessione

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Ai Weiwei

 

Il grande tema del momento, almeno a livello artistico nazionale, riguarda la mostra che avrà luogo a Palazzo Strozzi dedicata ad uno degli artisti più apprezzati e discussi dell’ultimo periodo, Ai Weiwei. L’evento, che sarà inaugurato il 23 settembre per poi veder chiudere i battenti il 22 gennaio, ha già suscitato una preventiva polemica riguardo l’installazione dell’artista cinese sulla facciata del rinascimentale Palazzo Strozzi, capolavoro dell’architettura della seconda metà del Quattrocento la cui costruzione ha coinvolto anche larga parte del secolo successivo. “Reframe“, questo il nome dell’installazione nucleo della disputa, ventidue gommoni rossi fissati sulle bifore del piano nobile di Palazzo Strozzi dal “forte” connotato politico e sociale: “il problema dei rifugiati è un tema fondamentale dell’attualità del mondo e dell’Europa di oggi“, dice Ai Weiwei in un’intervista, cui segue una sottolineatura riguardo l’importanza di “dare un nuovo punto di vista su questo tema“. Leggendo le opinioni di storici dell’arte, personalità di spicco e cittadini comuni, mi sento in “dovere” di scrivere queste brevi righe di riflessione verso un mondo che, nonostante i miei studi, continuo a non comprendere nell’intimo.

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Palazzo Strozzi – “Reframe”, Ai Weiwei

Il dramma e la questione migrazione è uno dei temi cardine di questi ultimi anni, e questo è ormai fuor di dubbio: da ormai molto tempo, l’uomo occidentale si sta  trovando di nuovo “investito” da un’ondata migratoria che, a quanto pare, è un fenomeno lungi da una risoluzione. Guerre, fame, miseria, i rischi sempre più pressanti di un terrorismo di matrice più o meno religiosa spingono centinaia di migliaia di uomini a cercar fortuna e riparo lontano dalla terra natia, guardando all’Europa come ad una sorta di Terra Promessa che possa aprire nuove prospettive di vita e di dignità. Il fenomeno è vastissimo, complesso e trascina dietro di sé anche l’accettazione di culture diverse, la paura del “diverso” innescata da sempre crescenti ansie di terrorismo, da un’instabilità economica che rende sempre più difficile l’integrazione e rende gli uomini timorosi e restii, chiusi in un revival nazionalistico anacronistico e, oserei dire, anche abbastanza raccapricciante. La paura rende ciechi di fronte al “diverso”, ammutolisce l’empatia, seppellisce l’umanità negli anfratti più inaccessibili del nostro spirito generando un reflusso di odio che colpisce tutti, indistintamente. Il tema della migrazione va, dunque, di pari passo con una problematica più generale di ordine “culturale“: guardare attraverso la storia, educare alla luce delle esperienze maturate nel passato, riscoprire le radici di valori fondanti dell’esperienza culturale occidentale può e deve essere una delle tante soluzioni ad un problema che ormai, nell’era dell’informazione non sempre affidabile, dei social network e dei blog, rischia di diventare ingestibile. L’espressione artistica deve avere un suo ruolo di primissimo piano, e il contemporaneo deve essere il motore per questo e per tutti gli altri problemi del nostro mondo: fondante deve essere la sua impostazione di “voce libera”, non soggiogata alle leggi del mercato e della politica, una voce di dissenso che denunci o che possa semplicemente metterci a contatto con noi stessi, farci dialogare con quella parte profonda dell’inconscio che il mondo, con i suoi avvenimenti, vorrebbe sopprimere; un’arte che “educhi” insomma, un’esperienza che, coinvolgendo sensi e mente, sappia riscoprirci cittadini del mondo, anche attraverso la più brutale e diretta delle forme, che sappia condurci ad una riflessione lenta e che ci lasci poi liberi di maturare. Leggendo le interviste, ascoltando le parole dell’artista cinese, sento la presenza di un concetto, percepisco la centralità data ad un tema senza dubbio importante, ma mi domando: “è davvero questo il modo “giusto” di porre le persone a contatto con il tema?”. Stando alle risposte date da molte, moltissime persone riguardo l’installazione comprendo che non proprio a tutti sia piaciuta l’opera dell’artista cinese , e infatti espressioni come “Inguardabile” e “Osceno” fioccano. Leggendo queste parole mi chiedo, probabilmente anche in modo banale, se sia proprio una “colpa” di queste persone il non comprendere cosa l’artista voglia dire  o se a questo grande fraintendimento non concorra anche l’opera in sé. Ai Weiwei, parlando di Reframe e delle tante altre opere esposte in mostra, afferma: “È incredibile che le mie opere possano essere esposte in tanti modi diversi per le persone, per gli italiani, e poter collegare la grande tradizione italiana a una forma contemporanea“, ponendo marcatamente l’accento sui diretti destinatari della sua esposizione: le persone. È possibile che un’opera, questa nella fattispecie ma applicabile a tanti altri casi, pensata per un pubblico di persone che non è soltanto il ristretto cerchio degli amatori sia da questi ultimi largamente osteggiata? È davvero possibile lavarsene le mani limitandosi ad additare i semplici cittadini come “ignoranti” o “incapaci di comprendere l’arte”? Un’installazione come questa, o di molte altre opere in generale, in che modo può sollecitare un dialogo, un accrescimento culturale o una presa di coscienza che sia duratura e che si imprima con violenza nella mente dell’osservatore, non limitandosi semplicemente alla superficialità? Sono domande che, per quanto pressanti, difficilmente trovano una risposta esaustiva che possa risolvere la frattura. E non a caso”frattura”, è probabilmente il termine più corretto per designare lo scollamento che percepisco tra “arte” e “pubblico”, non inteso come “grossa fetta di cittadinanza” ma, al contrario, come “ristretta élite di amatori”. È centrale e ben visibile il messaggio, o è celato dall’ormai eccessiva celebrazione autoreferenziale di molti artisti contemporanei? È davvero ancora attuale la “provocazione”? Il dibattito è aperto e lo sarà ancora per lungo, così come l’altra riflessione riguardo il ruolo attuale che deve assurgere l’artista.

-Fabio

 

Qualche contributo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/13/firenze-i-gommoni-dellartista-ai-weiwei-sulle-facciate-di-palazzo-strozzi-scoppia-la-polemica-e-uno-scempio-foto/3029696/

http://www.dagospia.com/rubrica-31/arte/non-opere-ma-esperienze-non-idee-ma-marchi-artista-era-dio-92281.htm  (“L’Artista Manager”, vecchio articolo di Tomaso Montanari)

http://www.artribune.com/2016/07/firenze-palazzo-strozzi-ai-weiwei-gommoni-installazione-retrospettiva/  (per l’intervista)

http://www.palazzostrozzi.org/mostre/aiweiwei/ (comunicato di Palazzo Strozzi)

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3 risposte a "Ai Weiwei a Firenze: una “libera” riflessione"

  1. Tu hai scritto :
    e il contemporaneo deve essere il motore per questo e per tutti gli altri problemi del nostro mondo: fondante deve essere la sua impostazione di “voce libera”, non soggiogata alle leggi del mercato e della politica …

    Appunto ! E non credo che il movente di questa installazione sia solo il fine umanitario e sociale di smuovere le coscienze e non credo neppure che l’arte contemporanea così libera nella sua voce. 🙂

    Firenze non è mai stata per l’arte contemporanea altrimenti avrebbe dato più spazio ad artisti meno conosciuti, ma egualmente validi e soprattutto ‘sinceri’ che sui viaggi della disperazione dei migranti e sui svariati problemi sociali hanno creato opere degne di nota.

    Ma ovviamente, non essendo conosciuti, non incrementano il turismo, specialmente straniero… Idem è stato per Koons e Hirst con il suo teschio umano tempestato di 8.601 diamanti esposto a Palazzo Vecchio nel 2011. Voglio dire che qualsiasi il senso l’artista abbia voluto dare all’opera e al rapporto con la morte, avrebbe dovuto prima prendere coscienza che con i diamanti usati avrebbe potuto sfamare almeno mezza Africa.

    Ma perché nessuno ha il coraggio di dire le cose come appaiono. Della serie ‘Tu dai una cosa a me ed io la do a te!’

    Credo che non si tratti di discutere quanto sia bella o meno bella un’opera, ma quanta verità ci sia in un’opera o meno. L’arte non dovrebbe mai allontanarsi dalla ricerca della verità e per sua definizione dovrebbe essere libera da altri vincoli. Almeno questo è il mio pensiero.

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    1. infatti il giudizio “bello o brutto” non è più contemplato da parecchi anni. Per quanto concerne la “ricerca di verità” non posso fare a meno di concordare, e non dubito che tutte le opere siano sempre e comunque il frutto di un’analisi e di una ricerca, ma il problema è quanto questa aggiunga alla nostra conoscenza e in che modo venga comunicata alle persone, che sono il termine ultimo dell’opera. Che le opere in mostra tocchino tutti i temi dell’attività di Weiwei è normale, ma l’installazione, così come ha dichiarato l’artista stesso, porta come tema primario il dramma dei rifugiati e invita indubbiamente ad una riflessione a riguardo le persone che si soffermano sui gommoni. Per quanto mi trovi ancora in confusione, credo che opere simili non aggiungano nulla all’educazione, alla riflessione su determinati temi più di quanto faccia un semplice articolo di giornale.

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      1. Francamente a me invece rimane il dubbio che alcune opere non siano frutto solo di analisi e di ricerca, ma forse il cavallo più facile e comodo da cavalcare.
        E quando parlo di ricerca della verità mi riferisco anche a questo. Siamo travolti da una quantità enorme di immagini provocatorie senza una vera ricerca artistica che non può prescindere dal fare arte, indipendentemente dal messaggio che si vuole trasmettere. E tutto questo porta la gente a dimenticare velocemente il vero senso del messaggio.

        Idem dicasi per la quantità di parole spesso pilotate da interessi specifici esibite sulle pagine dei giornali e nei programmi televisivi.

        Bisognerebbe ritornare a coltivare i propri sensi e la propria sensibilità.

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