Quale futuro per il bene comune?

Torno alla scrittura dopo un lunghissimo periodo di inattività per entrare nel merito del dibattito, recentemente risollevato, circa il Pantheon e l’eventualità di una sua fruizione a pagamento. I dati parlano chiaro: con i suoi 7 milioni e 398 mila persone, il Pantheon, per il 2016 appena conclusosi, si è rivelato il luogo più visitato dal pubblico, scavalcando addirittura il Colosseo (6 milioni e 408 mila visitatori) e gli scavi di Pompei (3 milioni e 328 mila visitatori), autentiche attrazioni (non uso il termine da luna park in modo casuale) di punta del panorama turistico italiano. Alla scoperta di questi dati sorprendenti, ha preso il via un dibattito, in realtà non così nuovo, sulla possibilità di dotare di un sistema di bigliettazione, ovviamente a pagamento, il celebre Tempio dedicato a tutti gli dèi edificato sotto il principato augusteo e ricostruito sotto Adriano, innescando un consenso pressoché totale da parte di cittadini e specialisti. “È giusto far pagare un biglietto, all’estero fanno pagare anche l’aria che respiriamo“, “È giusto pagare un biglietto, se questo può permetterci di salvaguardare il monumento“, “È giusto pagare un biglietto, perché è inconcepibile che un luogo così bello sia accessibile gratuitamente, bisogna guadagnarci qualcosa“, questi alcuni esempi di concetti ripetuti come un mantra da larga parte del pubblico, frasi che tradiscono una mentalità che io non riesco proprio a tollerare. Non riesco a celare, scrivendo queste poche righe, una sensazione di disgusto nei riguardi della deriva culturale verso cui navighiamo, e mi piacerebbe operare un paio di riflessioni per dare un minimo di coerenza a questo magmatico malessere: diciamolo chiaramente, questo processo di mercificazione continuo deve finire. La retorica del “Patrimonio da salvaguardare” con ogni mezzo (che poi, il mezzo è sempre accondiscendere al Dio Denaro) sta scadendo in un mero pretesto per mettere in opera  manovre che, purtroppo, finiranno inevitabilmente col porre fine a quel concetto, a quanto pare superato, di “bene comune“. Io, da cittadino, studente e amante della materia, inizio sinceramente ad averne abbastanza: sono stanco di veder sopperire alle gravi mancanze di questa politica facendo sì che, a farne le spese, sia sempre e comunque la collettività. In un mondo in cui il Capitale sembra poter divorare ogni aspetto della nostra esistenza, l’arte può e dev’essere un antidoto, un’alternativa che possa dimostrare come il denaro non debba per forza essere la risposta. Questa mentalità sempre più pragmatista, assuefatta ormai nel credere che i soldi debbano esser giustamente spremuti da qualsiasi cosa non può essere la strada percorribile per un futuro roseo, per un futuro che sia realmente libero e in cui trionfi l’uguaglianza. Siamo sicuri che elargire l’ennesimo obolo sia la scelta giusta per risollevare le sorti culturali di questo Paese? Penso francamente di no, e le soluzioni alternative non mancano. Provo un incontenibile fastidio nel sentir tacciati di idealismo romantico, astratto e dunque utopistico questi pensieri, perché tutto ciò non è irrealizzabile, ma fa comodo a chi prende determinate decisioni far pensare che lo sia: non voglio accontentarmi, e dunque allinearmi, alla linea di pensiero che giudica queste manovre come “non condivisibili, ma necessarie in un paese come l’Italia”, perché accondiscendere, pur con riserva, significa sostanzialmente arrendersi a questa logica cancerogena. In un paese con un tasso mortifero di evasione fiscale come quello italiano, a farne le spese non può essere il cordone ombelicale che ci tiene legati alle nostre radici culturali, e l’elevazione spirituale non può esser sottomessa alle logiche classiste. Sogno una cultura che sia davvero “democratica”, sogno un mondo in cui esista ancora un ombrello in cui poter continuare a coltivare la nostra umanità, in cui poterci ancora svestire di quell’abito stretto che è quello del “cliente”. Citando una condivisibile riflessione di Tomaso Montanari apparsa qualche giorno fa su Repubblica: “ll Pantheon deve avere un prezzo, o può continuare ad avere una dignità?”

Per i dati:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-07/2016-altro-anno-record-i-musei-italiani-oltre-44-mln-visitatori–115846.shtml?uuid=ADIQFMSC

http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/01/13/news/roma_pantheon_in_quelle_mura_l_identita_italiana_cosi_la_sviliamo_-155944086/ (Riflessione di Tomaso Montanari)

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4 risposte a "Quale futuro per il bene comune?"

  1. Bentornato …

    Concordo … i Beni Culturali e/o le opere d’arte, devono essere fruibili da tutti.
    Il pagamento di un biglietto non le mette in sicurezza: la loro conservazione, anche se ne stanno giustificando la carenza con una mancanza di fondi meramente teorica, è legata ad un cambio di paradigma della classe politico-dirigente nazionale. Questa è in grande maggioranza convinta che “con la cultura non si mangi”, per ritarne uno, mentre l’Italia potrebbe vivere di turismo.
    Già ora il turismo d’arte garantisce entrate per più dell’8% del pil, a fronte di un intervento inferiore all’1%.

    Ciao

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